venerdì 29 dicembre 2006

Avvento - Natale+Missione

sono arrivati alla libreria sant'evasio del gigi il 6° e 8° numero dei libricini dedicati a don tonino bello, su avvento-natale (siete ancora in tempo, io non li ho ancora letti...) e missione (nell'anno diocesano dedicato a ciò). rapporto qualità-quantità-prezzo ottimo (rispettivamente 6 euro per 160 pag. il primo e 4 euro e 95 per 136 il secondo). gli altri, come sempre, sono a disposizione gratuitamente presso il sottoscritto (tranne uno che ho imprestato a don giuseppe e che penso non vedro più, a meno che non gli sequestri la statua della madonna di lourdes in chiesa...). che dirvi: buona lettura!




Missione

Contenuto
Missione. Essere mandati. Andare' Ma dove? Verso chi?, E con quali intenti? Chi può dirsi missionario, oggi? Ecco la risposta di don Tonino: «Chiunque sia appassionato di Gesù, della chiesa e dell'uomo, e abbia il cuore grande come il mondo». Non conta dove si è e per dove si parte. Ma missionario è chiunque «si fa scompaginare l'esistenza da Cristo, chi si lascia scavare l'anima dalle lacrime dei poveri, chi interpreta la vita come dono e nella vita decide di operare secondo giustizia, perseguendo la pace, salvaguardando il creato».

Destinatari
Quanti hanno a cuore e considerano propria «missione» salvaguardare la vita in ogni sua forma e perseguire la pace.




Avvento - Natale

Contenuto
Preparare la via al Signore e aprire i suoi sentieri e togliendo gli ostacoli che si frappongono all'incontro con Gesù. Questo l'intento di don Tonino, vero innamorato di Dio, un Dio che viene ad abitare in mezzo a noi, per essere sempre presente nel Pane eucaristico e per parlarci con la Parola della sacra Scrittura. Le meditazioni di don Tonino sul Tempo di Avvento e di Natale, hanno accenti di commozione e di poesia, ma intendono soprattutto smuovere il cuore di pietra, che ognuno scopre di avere, per poter accogliere degnamente il Salvatore.

Destinatari
Per chi è disposto a meditare sul mistero di Dio incarnato e soprattutto è pronto a disporre mente e cuore all'accoglienza di chiunque, a cominciare dai più piccoli.

Mina Welby

Parla Mina  Welby

tratto dalla lettera agli amici di ettore masina (www.ettoremasina.it)

Mina Welby non è una donna qualunque, basta guardarla in faccia: gli occhi stanchi di chi ha avuto sonni continuamente interrotti, il volto con le rughe di chi troppe volte ha dovuto fingere un sorriso o nascondere un pianto. Ha mantenuto in vita il suo uomo per una catena di giorni che sembrava infinita, come solo certe donne eroiche sanno fare quando il marito diventa un lungo degente e loro sono costrette a trasformare l’amore che gli portano, a diventare madri di un bambino senza bellezza. Sul corpo che un tempo si strinse gioiosamente al loro devono cercare ogni giorno, per tamponare, se è possibile, il progredire di un disfacimento senza recupero: le terribili piaghe da decubito, la perdita di funzionalità degli arti e degli sfinteri, la voce che diventa un bisbiglio, lo sguardo, talvolta, della bestia braccata, la speranza ormai evasa da ogni realtà. Così ha vissuto per anni e anni Mina Welby e se ci fosse una medaglia all’amore coniugale, dovrebbe esserne insignita.

Quella medaglia dovrebbe dargliela, penso, il Movimento per la vita, perché Mina Welby ha mantenuto vivo e vigile (come suol dirsi) un uomo di cui si è innamorata e che ha sposato quando già le condizioni di lui erano segnate, segnato il suo destino. Lo ha conosciuto, ha raccontato, a una «gita parrocchiale». Questo particolare mi commuove: tra i frutti più belli del Concilio c’è la nuova consapevolezza delle comunità cristiane a proposito dell’eminente dignità del malato; ogni volta che ad una festa o a un’altra lieta occasione vedo un gruppo di persone raccogliersi sorridendo intorno a una carrozzina, ripenso a un testo altissimo del Vaticano Secondo: «La Chiesa riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Salvatore».

Per anni e anni Mina Welby ha dato al suo uomo non soltanto vita ma dignità di vita. Mi ha intenerito più volte vedere nelle fotografie come fosse questo malato: pulito e stirato il maglioncino, sbarbato il volto, pettinato il capo. Ma una donna non può ottenere l’impossibile neppure a costo di soccombere alla fatica. La vita di Piero è diventata una agonia sempre più atroce: speranze, nessuna; previsioni, terribili: fra qualche mese o settimana, non avrebbe più potuto deglutire, avrebbero dovuto operarlo nuovamente, introdurgli nell’intestino una sonda per nutrirlo e idratarlo. Allora il corpo di Welby sarebbe stato definitivamente una crisalide di morte, una persona impedita di essere tale per la completa separatezza dalle funzioni umane. Infine - prima o poi... - sarebbe sopravvenuta la morte, per soffocazione. Piero Welby, che aveva retto tante sofferenze, di questa modalità di morte aveva il terrore.

Mia moglie ed io abbiamo testimoniato, anni fa, in una causa di beatificazione, sulle virtù eroiche di Luigi Rocchi, un popolano di Tolentino. Malato della stessa malattia di Welby, Luigi aveva fatto del suo letto una cattedra di coraggio e di fede. Ma la morte era arrivata a quarant’anni e senza la costrizione meccanica imposta al marito di Mina dalla paradossale crudeltà del progresso tecnologico. E non tutti possono essere santi od eroi. 'Luigino' Rocchi era noto a molti e da molti fu pianto e viene ricordato. Ma ebbe la fortuna di non diventare, come Piergiorgio Welby, un 'caso', un nodo di paure ancestrali e di speculazioni politiche, di commi e di moralismi, di giuste preoccupazioni e di filosofemi. Nessuno si arrogò il diritto di condannarlo a morte o a una non-vita. La madre eroica che egli ebbe accanto non dovette ascoltare discussioni su un caso piuttosto che su un uomo. Intorno a Piergiorgio, invece, si è eretto un circo mediatico in cui le conferenze stampa hanno prevalso su un rispettoso silenzio e una silenziosa solidarietà. Quelle intorno al caso Welby non sono state tutte parole inutili ma non credo siano servite molto a Mina. Sappiamo che Mina voleva, disperatamente voleva, che Piero non la lasciasse; ma anche che non si sentiva di imporgli, costringendolo a 'vivere', di andare verso l’orribile morte temuta.

Neppure alla fine, lei restò con quel caro corpo, contorto dalla malattia, ma ormai in pace. Lo Stato glielo sottrasse per indagare su un possibile crimine. Intanto il dibattito continuava. Ma non per il Vicariato di Roma. Il cardinale Ruini, lui aveva soltanto certezze: il peccato per lui dominava la tragedia. E quando Mina desiderò che la Chiesa, la 'sua' Chiesa, perchè Mina è cattolica, si prendesse cura del suo dolore nella celebrazione di un funerale relgioso, il porporato ha risposto che no, non si poteva, lo vietava il codice di diritto canonico. Lo ha spiegato ai telegiornali, con serena fermezza, il vescovo monsignor Fisichella: è vero che, a differenza di quanto avveniva un tempo, la Chiesa concede oggi ai suicidi funerali religiosi perchè può darsi che la loro scelta sia il risultato di un improvviso squilibrio psichico; ma Piergiorgio Welby era perfettamente consapevole di ciò che chiedeva. Perfettamente lucido e libero nelle sue decisioni dopo un martirio di tanti anni, una tortura quotidiana e prospettive ancora più atroci? Mina Welby, il suo dolore, il suo eroismo - ha detto la Curia - possono attendere. Forse più avanti, in forma riservata... I commi dei giuristi prevalgono sull’insegnamento del Cristo? Dice la Lettera di San Giacomo: «religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro padre è soccorrere gli orfani e le vedove nel momento delle loro afflizioni...». Parola di Dio, ma non a Roma.

Ettore Masina

giovedì 28 dicembre 2006

Luigi Di Liegro, prete di frontiera

come gli altri libri sono stati letti dal sottoscritto e sono a disposizione degli interessati...

Luigi Di Liegro, prete di frontiera - di Pino Ciociola
Una formidabile passione per l’umanità, tutta, che lo portava ad arrabbiarsi davanti alle ingiustizie e a spendersi senza risparmio. Un carattere poderoso e in scalfibile. Una fede fatta di amore senza fine. Ideatore e guida per quasi venti anni della Caritas diocesana di Roma, lo hanno definito “il monsignore dei poveri” o “il sacerdote degli ultimi”. Ma don Luigi Di Liegro è stato prima di tutto prete di chiunque: corpo di Cristo che ha fatto dono di sé ai suoi fratelli. “Ad alcuni uomini – scrive Pino Ciociola – Dio dona il tremendo privilegio di indicare la Strada. Luigi Di Liegro è uno di loro”. Da questo libro è stata tratta la sceneggiatura della fiction dedicata a don Luigi che andrà in onda in due puntate sulle reti Mediaset, nella prossima stagione televisiva, con Giulio Scarpati nel ruolo del Monsignore.



Pino Ciociola
“Luigi Di Liegro, prete di frontiera”
Con interventi di Alda Merini, Walter Veltroni, Giulio Andreotti
Ed. Ancora
€ 12,00

Portopalo, la strage dimenticat

tratto dal sito www.peacereporter.net
Dieci anni fa il naufragio più infausto della storia italiana: 283 migranti morti nel Canale di Sicilia

Le vittime di PortopaloNon siamo più la generazione di Kunta Kinte. Quando lo sceneggiato televisivo tratto dal libro 'Radici' di Alex Haley apparve sugli schermi italiani nel 1979, l'indignazione contro il razzismo e la schiavitù avevano già da tempo consolidato in noi, popolo di emigranti, valori antichi. Ma quando, nei decenni successivi, l'incontro con quelli che avrebbero dovuto diventare l'oggetto della nostra solidarietà e della nostra accoglienza - cioè i migranti - diventò il vero banco di prova dei nostri valori, il ricordo di Kunta Kinte era ormai evaporato. A Natale non si è tutti più buoni. Almeno non lo furono gli scafisti della Yiohan, che dieci anni fa abbandonarono al loro destino 283 migranti nel Canale di Sicilia. Il loro destino fu la morte, e dopo la morte l'oblio. Un oblio che sarebbe stato eterno, se cinque anni dopo un coraggioso e ostinato giornalista di nome Giovanni Maria Bellu non avesse mostrato al mondo la conclusione della sua personale battaglia alla ricerca della verità.

La rotta della YiohanIl naufragio più infausto. Le immagini di un relitto depositatosi a 106 metri di profondità tra Malta e la Sicilia, filmate con un robot subacqueo, scossero l'opinione pubblica a tal punto che si mobilitarono quattro premi Nobel. Renato Dulbecco, Dario Fo, Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia lanciarono un appello in cui chiedevano di cancellare quella vergogna e di recuperare i corpi che si trovavano ancora nella carcassa della nave affondata, dando loro la meritata sepoltura. Eppure, nonostante tanta mobilitazione per ciò che avvenne la notte del 26 dicembre 1996 a 20 miglia dalla località siciliana in provincia di Siracusa, giustizia non è ancora stata fatta per le 283 vittime di Portopalo. Fu una strage che rischiava di rimanere sepolta negli abissi. L'emersione dall'oblio di quello che fu il primo, e forse il più infausto, naufragio di massa di migranti della nostra storia, comincia con due fatti casuali: l'incontro di Bellu con un conoscente che gli fece incontrare "un marinaio siciliano con molte cose interessanti da raccontare", e la scoperta della nave Yiohan, capitata per un colpo di fortuna dritta dritta nelle mani delle autorità marittime italiane.
Pescherecci a PortopaloIl coraggio di un pescatore. Il marinaio di Portopalo si chiama Salvatore Lupo. Fu lui a rivelare a Bellu che dalle sue reti un bel giorno vennero fuori pantaloni, magliette, scarpe, monete e una carta d'identità di un Paese straniero, scritta in caratteri incomprensibili. Era quella di Anpalagan Ganeshu, 17 anni, tamil, di nazionalità singalese. Anpalagan era uno dei viaggiatori a bordo della Yioahn, che trasportava un carico di più di 400 migranti indiani, pakistani e singalesi, e che si scontrò la notte di Natale con la F-174, un'imbarcazione più piccola partita da Malta per 'trasbordare' gli immigrati fino alla costa della Sicilia. Dopo l'incidente, la F-174, stipata di migranti, colò a picco, portando con se' 283 di loro. In 29, aggrappandosi alle funi della Yiohan, riuscirono a salvarsi. Il trafficante di uomini che pilotava quest'ultima nave non lanciò l'Sos, ma fuggì facendo rotta verso la Grecia, dove scaricò gli uomini e scomparve. Una volta a terra, nessuno credette alle testimonianze dei superstiti, che furono arrestati. Una sciagura di tali dimensioni non poteva essere vera. Quegli uomini mentivano, per impietosire le autorità greche e ottenere così l'asilo politico.
Giovanni Maria BelluRigettati in mare. La Yiohan cambiò nome, e fu in seguito riutilizzata per un altro trasporto di esseri umani verso le coste siciliane. Intercettata e posta sotto sequestro dalle autorità italiane, solo dopo rivelò la sua vera identità. Sotto la vernice del suo nuovo nome, qualcuno si accorse che spuntavano alcune lettere: una 'h', una 'a', una 'n'. Ma non fu questo l'elemento che permise di scoprire cosa era accaduto nel '96, bensì il racconto del marinaio Salvatore Lupo al giornalista Bellu. Poiché nessun cadavere fu restituito dalle acque, quale credito avrebbe potuto avere chi raccontava di una strage di proporzioni così inimmaginabili? Bellu indagò, recandosi a Portopalo e scoprendo un clima di omertà, di silenzio, di comportamenti omissivi e illegali. Il giornalista trovò però conferma di quanto raccontava Lupo. Fu un'orribile verità. Del naufragio non furono trovati corpi perchè man mano che i pescatori di Portopalo li trovavano nelle loro reti, subito li rigettavano in mare. Se avessero fatto quello che la legge impone, cioè denunciare il ritrovamento alle autorità, avrebbero rischiato di vedersi i pescherecci bloccati per giorni e giorni, con una notevole perdita economica.
Anpalagan GaneshuUn unico imputato. Furono le autorità del paese, vice-sindaco, vigile urbano, parroco e compagnia bella, a confermare, in forma più o meno esplicita, quanto Lupo asseriva. Per avere la prova definitiva e inoppugnabile che il naufragio era avvenuto, Bellu decise di acquistare, a sue spese, un robot per la ricerca sottomarina, chiamato Rov (Remotely Operated Vehicle) e di partire verso il luogo che Lupo gli aveva indicato. Nel 2001 tutti videro le immagini del relitto della F-174, dentro il quale erano ancora imprigionati i cadaveri, ridotti a scheletri. La Procura di Siracusa aveva aperto un'ìnchiesta anni prima, quando, una volta individuati, i membri dell'equipaggio erano stati rinviati a giudizio per omicidio colposo. Ma nel 2001, grazie all'inchiesta di Bellu, si scoprì che il relitto era in acque internazionali. Tutto si bloccò. La Procura decise allora di applicare una norma del codice penale che, in casi di eccezionale gravità, consente di indagare su fatti che non riguardano cittadini italiani e non sono accaduti in Italia. Questo comportò la contestazione di un reato più grave, l'omicidio volontario plurimo aggravato, un reato contestabile però solo a due persone: il capitano della nave e il trafficante di uomini pakistano. Recentemente, i giudici francesi hanno rifiutato di estradare il capitano, che risiede oltralpe.
Il boccaporto della F-174Dieci anni dopo. Giovanni Maria Bellu raccontò la strage di Portopalo in un libro dal titolo 'I fantasmi di Portopalo', pubblicato nel 2004. A dieci anni di distanza, il processo rimane aperto per un unico imputato, l'armatore pakistano Tourab Ahmed Sheik, che vive a Malta. A dieci anni di distanza, il diciassettenne tamil, Anpalagan Ganeshu, riposa ancora in fondo al mare con 282 uomini e donne, partiti dalle loro terre per una nuova terra, dove speravano di trovare una vita migliore. La notte di Natale del 1996, quei disperati hanno trovato nel Mediterraneo uomini senza scrupoli che li hanno lasciati morire, un Paese che ha ignorato la loro tragedia e una generazione che non ricordava più chi era Kunta Kinte. Ancora c'è chi crede che Natale si è tutti più buoni.
Fleba il Fenicio, morto da due settimane,
Dimenticò il grido dei gabbiani, e il flutto profondo del mare
E il guadagno e la perdita.
Una corrente sottomarina
Gli spolpò le ossa in sussurri. Mentre affiorava e affondava
Traversò gli stadi di maturità e gioventù
Entrando nel gorgo.
Gentile o Giudeo
Tu che giri la ruota e volgi lo sguardo al vento,
Pensa a Fleba, che un tempo era bello e alto come te.
('La morte per acqua', da La Terra Desolata di Thomas Stearn Eliot)

funerali civili per giorgio welby



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tratto dal sito cattolico www.korazym.org

Catechismo e funerali: ancora una parola








Non sfuma la viva perplessità che la decisione del Vicariato di Roma sulla celebrazione dei funerali religiosi di Piergiorgio Welby ha fatto sorgere nell’animo di tanti credenti. Era davvero una decisione obbligata?


- Oltre confine, la sconfitta nel caso Welby

In merito alla richiesta di esequie ecclesiastiche per il defunto Dott. Piergiorgio Welby, il Vicariato di Roma precisa di non aver potuto concedere tali esequie perché, a differenza dai casi di suicidio nei quali si presume la mancanza delle condizioni di piena avvertenza e deliberato consenso, era nota, in quanto ripetutamente e pubblicamente affermata, la volontà del Dott. Welby di porre fine alla propria vita, ciò che contrasta con la dottrina cattolica (vedi il Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2276-2283; 2324-2325). Non vengono meno però la preghiera della Chiesa per l’eterna salvezza del defunto e la partecipazione al dolore dei congiunti”. (Vicariato di Roma, 22 dicembre 2006).

Sette giorni dopo, ancora se ne parla. Complice la gravità del tema “vita – morte – eutanasia – accanimento terapeutico”, complice uno sciopero dei giornalisti che ha portato la conclusione della vicenda Welby sulla stampa quotidiana solo oggi, complice una scelta, quella di non concedere funerali religiosi, che davvero - pur con tutta la buona volontà – da tanti non è stata affatto capita… Complice tutto questo, ancora se ne parla.

E’ vero: qualcuno ha cercato di sfruttare la vicenda Welby. Di fronte agli esponenti politici che straparlano, che presenziano, che fanno lo sciopero della fame, che quasi sguazzano fieri e colmi di loro stessi nelle fasi più terribili della vita di un uomo, alla ricerca della migliore inquadratura o del titolone ad effetto, di fronte a tutto questo in molti è sorto uno spontaneo ribrezzo. Un sacrosanto ribrezzo. Eppure, anche considerando tutto questo, la decisione di negare quel funerale religioso rimane controversa. Molto.

Si è detto e scritto di tutto: il legalismo che vince sulla misericordia, il giudizio postumo che batte la comprensione, codici e codicilli che trionfano sull’umana pietà e sulla stessa volontà di affidare l’anima di un defunto a Dio. Quel Dio i cui pensieri forse, una volta di più, non sono i nostri pensieri. Fra i tanti aspetti ha fatto rabbrividire di quel comunicato soprattutto la glaciale lontananza, quel formalissimo “il defunto Dott. Piergiorgio Welby” che ha lasciato intravedere – a ragione o a torto - lo sguardo severo di un censore con il dito puntato, più che quello umile e rispettoso di chi le mani le tiene giunte in atteggiamento di preghiera. Ma di questo si è parlato davvero tanto, e non poteva essere altrimenti, visto che il sentimento ha - in casi come questi – sempre la prevalenza sul rigore della legge e sul diritto. (Per inciso, non è affatto detto che ciò sia un male...).

E però, formalismo per formalismo e dogmatismo per dogmatismo, qualcuno continua a nutrire dubbi sul fatto che il “no” al funerale di Welby sia stata una scelta obbligata, cioè doverosa, per quanto umanamente difficile. Molti pensano cioè che quel funerale, anche da un punto di vista canonico, poteva essere celebrato: lo hanno riferito in questi giorni molti sacerdoti e anche qualche vescovo. Il punto da comprendere allora è: che cosa sono i funerali? Per chi si celebrano? Che senso hanno? Sono essi stessi un’anticipazione del giudizio di Dio, o non piuttosto l’affidamento a Dio e alla sua bontà dell’anima del defunto?

Il comunicato del Vicariato ha citato il Catechismo della Chiesa Cattolica, nella parte in cui tratta dell’eutanasia e del suicidio (vedi i nn. 2276-2283). Qui di seguito, allora, diamo spazio alle parti dello stesso Catechismo della Chiesa Cattolica che trattano invece delle “esequie cristiane” (nn. 1680-1690). La domanda dei profani resta la stessa: davvero qualcosa impediva, sotto ogni punto di vista, la celebrazione di quel funerale?

(1684) - Le esequie cristiane sono una celebrazione liturgica della Chiesa. Il ministero della Chiesa in questo caso mira ad esprimere la comunione efficace con il defunto come pure a rendere partecipe la sua comunità riunita per le esequie e ad annunciarle la vita eterna.

(1689) - Il sacrificio eucaristico. Quando la celebrazione ha luogo in chiesa, l'Eucaristia è il cuore della realtà pasquale della morte cristiana. È allora che la Chiesa esprime la sua comunione efficace con il defunto: offrendo al Padre, nello Spirito Santo, il sacrificio della morte e della risurrezione di Cristo, gli chiede che il suo figlio sia purificato dai suoi peccati e dalle loro conseguenze e che sia ammesso alla pienezza pasquale della mensa del Regno. È attraverso l'Eucaristia così celebrata che la comunità dei fedeli, specialmente la famiglia del defunto, impara a vivere in comunione con colui che «si è addormentato nel Signore», comunicando al corpo di Cristo di cui egli è membro vivente, e pregando poi per lui e con lui.

(1690) - L'addio («a-Dio») al defunto è la sua «raccomandazione a Dio» da parte della Chiesa. È «l'ultimo saluto rivolto dalla comunità cristiana a un suo membro, prima che il corpo sia portato alla sepoltura».


lunedì 25 dicembre 2006

Anche quest'anno tanti auguri scomodi...





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"Tanti auguri scomodi": una celebre riflessione di mons. Tonino Bello sul Natale ricorda che anche durante le feste c'è un'umanità che geme e che ci interpella direttamente. "Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza..."



Auguri scomodi
tratto dagli scritti di don Tonino Bello

Carissimi, non obbedirei al mio dovere di vescovo, se vi dicessi “Buon Natale” senza darvi disturbo. Io, invece, vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.

Mi lusinga addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come indesiderati. Tanti auguri scomodi, allora , miei cari fratelli!

Gesù che nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza spinte verticali e vi conceda di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di coraggio. Il Bambino che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.

Dio che diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate. Maria, che trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura, l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita soppressa.

Giuseppe, che nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre luminarie , fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli senza fortuna, senza salute, senza lavoro.

Gli angeli che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili, si condannano popoli allo sterminio della fame. I Poveri che accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi. Che le elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.

I pastori che vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”,e scrutano l’aurora, vi diano il senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono in Dio. E vi ispirino il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per morire ricchi.

Buon Natale! Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.

La foto: don Tonino Bello, ex vescovo di Molfetta


sabato 23 dicembre 2006

PEDRO CASALDALIGA

Francesc Escribano
PEDRO CASALDALIGA
A piedi nudi sulla terra rossa



Dom Pedro Casaldáliga ha percorso in lungo e in largo per oltre 35 anni il territorio della prelatura di São Félix do Araguaia, nal Mato Grosso brasiliano. Le infradito hawaianas, che calza sempre, sono diventate il segno distintivo di un ministero episcopale esercitato nella comunione e fatto vicinanza alla gente, scelta preferenziale per i poveri, impegno nonviolento per la giustizia, di rispetto per le culture indigene e d'impegno nell'ecumenismo.

Questo volume ripercorre la vita e la missione di dom Pedro, dal suo arrivo nel 1968 nello sperduto villaggio di São Félix, ai primi scontri con i latifondisti che cercarono più volte di ucciderlo; dagli anni più duri della dittatura militare alle speranze suscitate dall'elezione di Lula.

Poeta e profeta molto noto anche in Italia, Casaldáliga è una figura che ha segnato profondamente la vita della Chiesa e della società brasiliana. Il libro contiene una raccolta delle sue lettere più recenti. La presentazione è di Alex Zanotelli.
pp. 240 – Anno 2005 – € 10,00

Lettere dalla Turchia

Lettere dalla Turchia
Lettere dalla Turchia












TitoloLettere dalla TurchiaAutoreSantoro Andreaprezzo
€ 10,00






Dati250 p., brossuraAnno2006 EditoreCittà Nuova



In sintesi
Dal 2000 don Andrea Santoro è in Turchia, inviato come "fidei donum" dalla diocesi di Roma. Nelle lettere che scrive alla "Finestra per il Medio Oriente" (realtà fondata da lui stesso) racconta quanto vive giorno dopo giorno: la scoperta del popolo turco e le sue tradizioni; i progressi nello studio della lingua e nella conoscenza via via sempre più profonda del mondo musulmano con le sue luci e ombre, i suoi problemi, le sue ricchezze spirituali; la vita delle piccole comunità cristiane; rimanendo fino all'ultimo convinto della possibilità del dialogo tra le tre religioni monoteiste a partire da quella terra. Dopo la sua uccisione a Trabzon (Trebisonda) il 5 febbraio 2006, le lettere vengono pubblicate integralmente. Introduzione del card. Ruini.

Dopo il lungo inverno,

Dopo il lungo inverno, Modena City Ramblers (Mescal)



“Dopo il lungo inverno” segna il ritorno dei Modena City Ramblers sul mercato discografico a un anno dall’abbandono del loro storico cantante solista “CiscoBellotti e a dieci mesi dall’entrata nella band delle nuove voci Davide “DuduMorandi e Elisabetta “BettyVezzani. Il disco, come il precedente “Appunti Partigiani”, è pubblicato dall’etichetta Mescal (anche management della band) e ha distribuzione nazionale Universal.

La copertina, realizzata da Paolo De Francesco, storico collaboratore grafico della band, viene proposta in quattro edizioni alternative che si differenziano per il colore dell’albero raffigurato (che rimanda alle quattro stagioni), nonché una limited edition messa in commercio solo attraverso internet e il merchandising MCR.

Il prezzo del disco al pubblico è di 15 euro e novanta, per 68 minuti di musica.

1 Dopo il lungo inverno – prologo; cittern, Terry Woods

2 Quel giorno a primavera

Una nuova primavera politica per il nostro Paese? Mah…

3 La Musica del Tempo

Una dichiarazione d’intenti e una scelta d’appartenenza. La suggestione proviene da uno scritto di Ranieri Polese, pubblicato come introduzione a “La musica che abbiamo attraversato”, almanacco Guanda, con contributi letterario-musicali di vari autori. Polese definisce “Musica del Tempo” - la molteplicità di suoni (e scritture) che raccontano storie e ritmi del passato prossimo e del presente - ovvero quella musica che, calata nella propria epoca, ne interpreta tutta la complessità, i problemi, le contraddizioni come pure gli stimoli, i sogni e le rivendicazioni.

4 Tota la sira

E’ bello “farsi danzare” dalla Musica del Tempo!

5 Oltre la guerra e la pauracittern, Terry Woods

Oltre la guerra e la paura… ci aspettano grandi sfide, e grandi prove! Contro l’imperante cultura del terrore, che si fonde col qualunquismo e la sfiducia e ci rende egoisti, e deboli. Una canzone sui questi tempi bui ed inquieti.

6 Le strade di Crawfordcittern, Terry Woods; con il coro voci bianche del Teatro Comunale di Modena

Ispirata alla storia di Cindy Sheehan, madre di un soldato americano caduto in Iraq. Per mesi ha sostato accampata davanti al ranch di George Bush a Crawford, in Texas, pretendendo d’incontrarlo per sapere da lui in persona perché e per cosa suo figlio sia morto. Una storia emblematica di questi anni di poche risposte e cieco dolore.

7 Western Union – con la Original Kocani Orkestar

E’ il nome di un’agenzia che ti permette di spedire soldi in giro per il mondo. Ma potrebbe anche rimandare ad un ipotetico Sindacato d’Occidente. Se solo il nostro mondo riuscisse a ricordare parole come solidarietà, accoglienza, tolleranza. Una canzone per la solitudine di chi è stanco di “puzzare di straniero”.

8 Mia dolce rivoluzionaria

C’è ancora chi crede che la rivoluzione si faccia con gli slogan degli anni ’70? E’ tempo di nuove parole, per nuove consapevolezze e vecchie battaglie. Perché le parole sono Cultura, e senza di essa non si approderà a nessun Altro Mondo.

9 Il Paese delle Meraviglie – voce rap, Rudeman

Un’altra cartolina dal meraviglioso paese degli Uomini Forti, sperando sia ogni giorno un po’ più sbiadita.

10 Dopo il lungo inverno – intermezzo; cittern, Terry Woods

11 I prati di Bismantova

Un ricordo di primavera, sulla Pietra di Bismantova, già cantata da Dante... Nel prato che sta sulla sua sommità a contemplare la magia dell’orizzonte, nell’animo la sensazione di una rinascita: forse la vita che ci chiama, in accordo col risveglio della natura?

12 Mala sirena

Dedicata alla città bosniaca di Tuzla, che ha resistito a caro prezzo alla barbarie e alla follia del conflitto balcanico, e alle donne della locale associazione Tuzlanska Amica, piccole grandi sirene.

13 Mama Africa

Una partenza, una necessità di” sognare lontano la fortuna”. E la rabbia che sempre compare dinanzi a questi addii.

14 Risamargo

Le nostre mondine e il loro “riso amaro”. E le donne delle comunità maya che si spaccano la schiena a raccogliere il caffè. Un amaro parallelo di sofferenze e lavoro.

15 La stagioun di delinqueint

E’ finita la stagione dei “delinquenti”? Sperom!!!

16 Il treno dei folli – banjo, Terry Woods

Un treno che regala il biglietto per il viaggio

Don Zeno, obbedientissimo ribelle



Autore: F. Marinetti
Titolo: Don Zeno, obbedientissimo ribelle
Pagine: 280

Prezzo: Euro 15,00


La vicenda di Zeno non è storia passata. Basta leggerla con l’anima dei crocefissi di tutti i tempi.

“I figli abbandonati di ieri, i Barile e i Titòla, oggi siamo noi popoli di nessuno alla deriva del mercato globale. Noi, nuovi schiavi, condannati ad alimentare la vostra baldoria consumistica. Se tutti i popoli volessero il vostro tenore di vita, dove andrebbe a finire il pianeta? Eppure ci imponete il vostro modello unico di sviluppo; ci volete a vostra immagine e somiglianza. Più che seduzione, costrizione! Noi, popoli impoveriti, abbiamo altre emergenze da affrontare. Voi, che avete tutti gli strumenti (cultura, mezzi, capitali), perché non dirottate la storia del rapporto umano? Se il cambiamento non parte dal primo mondo, da dove mai? Una responsabilità storica. E, per i cristiani, doppia!

Oggi diresti sui tetti dell’FMI e della Banca Mondiale: "bisogna fare i conti con le periferie della storia"; o la giustizia è globale o non è giustizia; l’unica maniera per sopravvivere è vivere da fratelli in quanto popoli. Come essere "alla pari" se vi sono economie giganti ed economie nane? La salvezza o sarà planetaria o non sarà salvezza. Continua a gridare sulla piazza della storia: “Fate due mucchi. Da una parte i popoli ricchi e rapaci, dall’altra i popoli impoveriti e spogliati vivi”. Non è quello che farà all’ultimo giorno il figlio dell’Uomo, quando separerà gli agnelli dai capretti?

Per favore, ripeti senza sosta alla tua Chiesa, che hai amato più di te stesso e dei tuoi figli: “Sui Calvari del terzo mondo, Cristo ti affida i popoli crocifissi: “Donna, ecco i tuoi figli; figli, ecco vostra madre”. Che aspetta a prenderli con sé, come hanno fatto tutte le Marie, tutti gli Zeni?

DA KOROGOCHO CON PASSIONE

Alex Zanotelli
DA KOROGOCHO CON PASSIONE
Lettere dai sotterranei della vita e della storia



14 anni di vita nelle baraccopoli di Korogocho racchiusi in 19 lettere che qualcuno ha definito: un inno alla vita….

Dalle lettere emergono denuncia e meraviglia.

Una forte e chiara denuncia di una società che non è ancora stanca di 5000 anni di guerre e di ingiustizie che, all’inizio del terzo millennio, sono esplose in maniera assordante.

Una meraviglia perché la volontà di vivere e la gioia vera sono più di casa nella baraccopoli che nell’Occidente.
Per p. Alex Korogocho diventa così il luogo privilegiato da cui raggiungere ogni popolo e cultura.

Un libro questo che ci fa bene, di cui abbiamo bisogno.
Un libro che fa bene a tutti e che ci ricorda che ciò che unisce le persone non sono le appartenenze ma gli orizzonti, quegli orizzonti che per p. Alex e i suoi amici d’Africa, nella dura realtà della quotidianità, giungono fino all’esperienza della tenerezza di Dio, del “papi”.
– pp. 224 – Anno 2006 – € 11,00

venerdì 22 dicembre 2006

Liberiamo il Natale, perchè vinca la Pasqua!

Gli auguri di p. Alex ai lettori di Giovaniemissione



Napoli, 20.12.2006

Carissimi giovani,

dal rione Sanita’ a tutti voi l’augurio di Gregorio Magno:
Natale: Pasqua del Signore nella carne”.

Il Natale cristiano che celebriamo (per le Chiese d’Oriente e’ il 7 gennaio) non ha nulla a che vedere con la festa pagana del consumismo piu’ sfrenato che esiste (“l’orgia dei buontemponi” direbbe il profeta Amos). Per noi cristiani e’ invece la proclamazione della fedelta’ di Dio nei confronti di questo mondo, "O’ Sistema", come si dice a Napoli.

Un bimbo ci e’ nato, un bambino ci e’ stato donato! “Finche’ nasce un bimbo – dice il poeta indiano Tagore – e’ segno che Dio non si e’ ancora stancato dell’uomo”.

Natale e’ proclamare la fedelta’ di Dio a questo nostro mondo che vive sotto l’incubo della distruzione.

Sotto l’incubo della distruzione atomica: il pericolo dell’olocausto atomico sta ritornando con sempre piu’ forza (Iran, Corea del Nord, ora il Giappone).

Sotto l’incubo di un impoverimento sempre piu’ globalizzato e della fame (l’ultimo rapporto FAO parla di 854 milioni di esseri umani attanagliati dalla fame).

Sotto l’incubo di un disastro ambientale che potrebbe mettere in pericolo la sopravvivenza umana su questo pianeta. (Basta leggere i vari rapporti usciti in questi giorni: il Rapporto Stern, il Rapporto Living Planet e Up in Smoke 2).

Noi a Napoli sperimentiamo tutto questo all’ombra di “O Sistema”.

Viviamo una crisi epocale- diceva in un’intervista poco prima di morire G.Dossetti.
Non vedo nascere un pensiero nuovo ne’ da parte laica ne’ da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non con il senso della profondita’ dei mutamenti. Non e’ catastrofica questa visione, e’ reale, non e’ pessimista, perche’ io so che le sorti di tutti sono nelle mani di Dio. La speranza non viene meno, la speranza che attraverso vie nuove e imprevedibili si faccia strada l’apertura a un mondo diverso, un pochino piu’ vivibile, certamente non di potere”.
E questo grande profeta del nostro tempo del quale ricorre il decimo anniversario della morte proseguiva dicendo: “Convocate delle giovani menti che siano predisposte per questo e che abbiano oltre che l’intelligenza, il cuore cioe’ lo spirito cristiano. Non cercate nella nostra generazione una risposta, noi siamo solo dei sopravvissuti”.

Giovani, tocca a voi! Usate la vostra intelligenza, cercate di capire la gravita’ della situazione che viviamo, la crisi epocale che attraversiamo. Ma soprattutto metteteci il “cuore”, cioe’ lo spirito cristiano, la vita cristiana. Dateci un esempio di un saper vivere in maniera alternativa nel bel mezzo di questa societa’ consumistica che celebra con tutto il fasto la sua Festa! Lasciamogliela pure! Andate al “presepe” dove in una greppia troverete un Bimbo. E riascoltiamo le parole di Isaia: “Udite ciechi, ascolta terra, perche’ il Signore dice: “Ho allevato e fatto nascere i figli, ma essi si sono sollevati contro di me. Il bue conosce il proprietario e l’asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce, il mio popolo non comprende” . (Isaia 1,2-3)

I pastori “andarono senza indugio e trovarono…. il Bimbo che giaceva nella mangiatoia.” E’ il segno della fedelta’ di Dio per questo mondo: “Dio ha tanto amato il mondo…”- dice il Vangelo di Giovanni.

Pochi lo hanno espresso cosi’ bene come Dietrich Bonhoeffer, il grande resistente, il martire sotto il nazismo di cui ricorre il centesimo anniversario della nascita: “Dio diventa uomo, e’ l’imponderabile mistero dell’amore di Dio per il mondo. Dio ama l’uomo, Dio ama il mondo. Non un uomo ideale, ma l’uomo cosi’ com’e’; non un mondo ideale ma il mondo reale. L’uomo e il mondo nella loro realta’ che a noi paiono abominevoli per la loro empieta’…. sono invece per Dio l’oggetto di un amore infinito. Mentre noi cerchiamo di superare la nostra umanita’, di lasciarcela indietro, Dio diventa uomo. Noi facciamo distinzione tra pii e empi, tra buoni e cattivi… Dio ama l’uomo vero senza distinzione!)"

Che questo Bimbo che c’e’ dato ci dia la grazia di recuperare la passione per un Dio appassionato dell’uomo... quest’uomo oggi cosi’ malmesso, per questa umanita’ oggi sull’orlo del precipizio.
In questo contesto cosi’ grave per l’umanita’ auguro a voi giovani quest’unica passione per Dio che e’ sempre poi passione per l’uomo soprattutto quello impoverito, disprezzato, schiacciato. Una passione che deve diventare prassi, vita, impegno.

“Dobbiamo scegliere tra la compassione e l’indifferenza, l’ingiustizia e l’oppressione – dice il teologo salvadoregno Jon Sobrino. Secondo Gesu’il compito fondamentale di ogni essere umano e’ quello di umanizzare la realta’ a partire dalla verita’ e dalla misericordia”.


Giovani, siete l’unico presente che abbiamo. Tocca a voi! Aprite il cuore a questo Bimbo che ci e’ dato e sporcatevi le mani in questa sordida storia umana. Non guardate a noi, noi “siamo solo dei sopravvissuti”, guardate a quel Bimbo e vivete con pienezza la nostra vita, perche’ anche il “mondo” viva.

Liberiamo il Natale perche’ vinca la Pasqua.

Buon Natale

Alex

giovedì 21 dicembre 2006

Siate cattivi a Natale, buoni tutto l'anno

"E' ora di dire basta - scriveva don Tonino Bello - alla strizzatina di buoni sentimenti che vien fuori dalla torchiatura del nostro cuore". Un invito ad uscire dall'autogratificazione delle elemosine natalizie e dal sonnolento tepore delle nostre vite tranquille ed indifferenti, per cambiare gli stili di vita consolidati ed impegnarci a non "fabbricare nuovi poveri".

Mamma povera con in braccio un bambino che piange. - Il grido dei poveriE' capitato all'autore di un libro, scrittore di cui purtroppo non ricordo il nome, camminando per le strade di una grande città addobbate e scintillanti per le imminenti festività natalizie, di imbattersi in un poveruomo, un barbone, seduto sul marciapiede accanto alla porta di una boutique di lusso. L'uomo aveva tra le mani un cartello con su scritto: "Siate cattivi a Natale, buoni tutto l'anno". Una frase inconsueta, con il chiaro obiettivo di provocare, di infastidire i passanti; ultimo disperato tentativo di far breccia nelle loro esistenze refrattarie alle richieste dei propri simili nel bisogno.
A Natale, lo sanno anche i bambini, si ha il dovere di essere buoni, di dare fondo agli esuberi del nostro buon cuore, di pensare un po' agli altri, ai poveri, agli sventurati della terra, a tutti coloro che, continuamente "sassati e castrati", sono fuori dal nostro universo di lussi e privilegi. In prossimità delle feste natalizie riemergono dai recessi sinuosi delle nostre coscienze sopite parole inflazionate, svuotate di senso: bontà, amore, solidarietà, altruismo. E ci ritroviamo, al tepore delle serate in famiglia a contemplare, con occhi pieni di compassione, un Gesù Bambino nudo, al freddo di una grotta, nel tentativo, peraltro vano, di rimuovere i sensi di colpa per esserci anche quest'anno impegnati a "fabbricare i poveri": una sorta di auto-catarsi di un anno di cattiverie.
A Natale imperversa in tv la sindrome solidaristica. Una serie di programmi ci invitano ad essere buoni, a dare qualche spicciolo delle tredicesime dei nostri stipendi multipli in elemosine a chi è più sfortunato di noi. Dopo le gozzoviglie dei cenoni natalizi, suvvia, dobbiamo anche essere generosi!
Che senso ha questo esercizio ipocrita di una solidarietà ad orologeria imposta dalle scadenze di calendario? Che farsene della posticcia bontà natalizia, dei regali, degli auguri e dei sorrisi di circostanza quando non operiamo ogni giorno per costruire un mondo migliore per tutti? Quando tutto l'anno la nostra vita è stata totalmente assorbita dall'idolatria delle cose, dagli affanni del possesso e dalla devozione all'estratto conto bancario che senso ha la bontà di un giorno, il dare ciò che ci sopravanza, per poi rituffarsi nell'indifferenza?
Festeggiamo il natale del Gesù Bambino e non vediamo l'immensa tragedia dei poveri del mondo, i milioni di bambini che ogni anno muoiono di fame, di malattie assolutamente curabili o di diarrea. Basterebbe così poco per far cessare le loro sofferenze. Si è calcolato che, se la popolazione del Nord del mondo rinunciasse per dieci anni a bere la birra e devolvesse i soldi così risparmiati per interventi mirati nei paesi del sottosviluppo, la fame nel mondo in dieci anni sarebbe sconfitta (capito cana team, ndr?). Questo in teoria. La realtà è ben diversa. Il nostro egoismo vieta di farci idee sconvenienti che posano turbare il piatto fluire delle nostre vite tranquille. L'autogratificazione delle elemosine natalizie, la sonnolenta tranquillità delle nostre vite e il colpevole silenzio sull'ingiustizia, sovrani per tutto il corso dell'anno, sono la più alta forma di cattiveria verso i poveri. Le nostre gioie preconfezionate, l'albero natalizio - simbolo del consumismo - le inutilità chiamate regali, le abbuffate mangerecce sono un pugno nello stomaco, una beffa per i poveri della terra.
"E' ora di dire basta - scriveva don Tonino Bello - alla strizzatina di buoni sentimenti che vien fuori dalla torchiatura del nostro cuore". Spero che l'esortazione risentita di quel barbone senza tempo "siate cattivi a Natale, buoni tutto l'anno" un giorno, ahimè ancora lontano, trovi compimento nella realtà: il mondo intero ce ne sarebbe grato.
Matteo Della Torre

A Natale siamo tutti più buoni

tratto dal sito www.peacereporter.net

Polemiche negli Usa per un videogioco in cui diffondi il cristianesimo e uccidi i non credenti
Il nuovo fronte della periodica “guerra culturale” negli Usa è arrivato giusto sotto Natale, con un videogioco che divide i cristiani evangelici da quelli delle confessioni tradizionali. Pomo della discordia è Left Behind: Eternal Forces, basato su una collana di libri diventata di culto tra gli evangelici americani. Si convertono atei in cristiani, si uccidono i non credenti, si avanza pregando. Uscito nei negozi il mese scorso con il bollino “adatto agli adolescenti”, il videogame è diventato un caso nazionale, con associazioni che chiedono alla catena di ipermercati Wal-Mart di ritirarlo dagli scaffali, la Wal-Mart che si arrocca e i produttori che difendono il suo messaggio. Intanto, il gioco è già un successo.
Una scena di Left Behind: Eternal ForcesIl gioco. In un’apocalittica New York di un futuro imprecisato, dopo che oscure profezie bibliche si sono avverate provocando milioni di morti, una popolazione di atei rischia di cadere nelle grinfie di un finto politico che in realtà è l’Anticristo. Per salvare il mondo, i virtuosi dovranno convertire gli atei al cristianesimo, difendendosi dalle forze del male con la preghiera, ma anche sporcandosi le mani uccidendo i soldati dell’Anticristo. Un esercito russo-arabo ha sterminato la popolazione mondiale, Israele è miracolosamente salvo, i veri credenti sono saliti in paradiso, l’Anticristo è un lugubre rumeno, nonché ex segretario generale dell’Onu, che di cognome fa Carpathia: Left Behind, si sarà capito, è un polpettone che mescola precetti e spauracchi del classico repertorio politico-religioso evangelico. Roba di nicchia in Europa ma non negli Usa, dove si contano oltre 60 milioni di evangelici: tanto che la collana degli omonimi libri ha venduto circa 63 milioni di copie. Ma in un momento storico in cui gli Usa sono stati accusati di aver lanciato una crociata contro il mondo islamico, temi del genere sono esplosivi.
La protesta. Tre gruppi cristiani liberal-progressisti si sono scagliati contro Left Behind, definito a turno “violento”, “pericoloso”, “immorale”, “antitetico al messaggio di Gesù Cristo”, “istruttivo videogioco per la guerriglia religiosa” e persino “negativo per la società civilizzata e la stessa democrazia costituzionale”. “Dopo che hai ucciso qualcuno, devi ricaricare i tuoi punti-anima e per farlo ti dedichi alla preghiera. Credo che il messaggio sia estremamente chiaro”, ha detto Clark Stevens, co-direttore di Campaign to Defend the Constitution, uno dei gruppi che si sono scagliati contro il videogame. Come spesso accade nelle controversie su un prodotto venduto un po’ dappertutto, di mezzo ci è finita la Wal-Mart, che tra l’altro ha messo Left Behind sugli scaffali di circa un punto vendita su venti. La compagnia si è difesa sostenendo che “la decisione di quali prodotti offrire nei nostri negozi è basata su quello che crediamo i nostri clienti vogliano comprare”. Come a dire: gli affari sono affari. Ma detta da una società che in passato ha scelto di non vendere la pillola del giorno dopo, o i cd di gruppi rock con testi un po’ spinti, la risposta non può soddisfare i critici di Left Behind.
Un ipermercato Wal-MartLe difese dei produttori. “La realtà è che il nostro gioco diffonde la preghiera e l’adorazione di Dio, e non ci sono uccisioni in nome di Dio. Ci sono morti ammazzati, sì, ma è un videogioco. La base del gioco è il benessere spirituale”, si è difeso Troy Lyndon, amministratore delegato dalla Left Behind Games, che si definisce un “discepolo di Cristo”. E intanto gongola: le vendite iniziali del videogame sono andate benissimo, dice, e in fondo le polemiche sono tutta pubblicità gratuita. Ma anche Lyndon ce l’ha con Wal-Mart, perché nei suoi ipermercati Left Behind viene collocato nella sezione videogiochi, mentre secondo lui il gioco punta a una clientela di cristiani non necessariamente smanettoni. Per questo, la casa produttrice sta cercando di espandere la rete di vendita anche ai tanti Christian stores disseminati negli Usa. Se a Natale lo scoprono le mamme evangeliche per i loro figli, per l’Anticristo si fa dura.

sabato 16 dicembre 2006

w il calcio argentino!!!

a distanza di 23 anni dall'ultimo scudetto ha conquistato il suo 4° campionato al termine di uno spareggio contro il boca juniors, che a 2 giornate dal termine aveva 4 punti di vantaggio. ora dovrà aggiungere una stella al suo stemma, che ne comprendeva 8 (5 trofei internazionali e 3 nazionali). si tratta dell'estudiantes la plata, uno dei club storici argentini (è stato fondato nel 1905), vincitore di tre coppe libertadores (la coppa campioni del sudamerica) nel '68, '69, '70.. ve lo immaginate? una squadra con uno stadio di soli 23.000 posti (l'Hirschi) e che per le partite internazionali deve usare quello del boca (la mitica bombonera). in cui un giocatore torna a giocare nella squadra in cui era cresciuto, dopo 10 anni nel calcio europeo: veron, detto la brujita (la streghetta), per distinguerlo dal padre detto la bruja (la strega).