
un po' in ritardo, ma è la riflessione che avevo mandato a vita casalese, che non è stata pubblicata, forse perchè un po' troppo lunga...
se avete pazienza... buona domenica
E così siamo arrivati a 30 anni dall'assassinio del vescovo di San Salvador,
mons. Oscar Arnulfo Romero y Galdamez, da quel 24 marzo 1980, quando venne
freddato da sicari di un' “estrema destra militarista e fascista” (cfr.
“Romero martire per i poveri”, il nostro tempo, 28 marzo, pag. 9, Pier
Giuseppe Accornero) a soli 63 anni con un colpo di fucile mentre stava
celebrando messa nella cappella dell'hospitalito, l'ospedale delle Suore
della Divina Provvidenza, a San Salvador, dove viveva. Celebrava
l'eucaristia delle sei del pomeriggio. Mentre iniziava l'offertorio, una
pallottola lo colpì al cuore. Istintivamente si aggrappò all'altare,
rovesciandosi addosso tutte le ostie da consacrare. Cadde ai piedi del
crocifisso in una pozza di sangue. Il mandante fu il colonnello Roberto
d'Aubisson, comandante degli “squadroni della morte”, sostenuti dal capitale
statunitense (ibidem). Il vescovo perdonò gli assassini prima di morire.
El Salvador è un piccolo Paese (più piccolo del Piemonte) di soli 6 milioni
e mezzo di abitanti, che nei 12 anni di guerra civile (1980-1992) ha avuto
più di 80 mila morti, tra uccisi e desaparecidos.
Il 24 marzo di trent'anni fa era un lunedì. Il giorno precedente, quinta
domenica di Quaresima, nella sua ultima omelia, Romero aveva denunciato
ancora i massacri contro la popolazione.
Un po' di cronistoria: Romero, dopo essere stato mandato a studiare a Roma
all'Università Gregoriana, rientrò in Patria. Qui fu nominato parroco, poi
segretario del vescovo di San Miguel, rettotre del Seminario minore,
direttore del settimanale diocesano “El Chaparristique”, parroco della
cattedrale, insegnante. Nel 1967 è segretario della Conferenza episcopale
salvadoregna, poi di quella dell'America centrale e il 21 giugno 1970 è
consacrato vescovo ausiliare di San Salvador. Il 15 ottobre 1974 è nominato
vescovo della piccola Santiago de Maria. Il 22 febbraio 1977 fa l'ingresso
come arcivescovo di San Salvador su nomina di Paolo VI. Pochi giorni dopo,
il 12 marzo 1977, la polizia ammazza il gesuita Rutilio Grande, parroco
stimato da Romero come “un uomo di Dio”.
Questo assassinio lo convertì alla causa dei poveri. Da allora diventa un
implacabile accusatore del regime militare, sostenuto dagli Stati Uniti.
Infatti ancora il 17 febbraio 1980 Romero scrive al presidente americano
Jimmy Carter, scongiurandolo di interrompere gli aiuti al regime militare e
di cessare ogni ingerenza in Salvador. Sette giorni dopo Romero venne
assassinato.
Dal 1996 è approdato a Roma il suo processo di canonizzazione, dopo la
chiusura della fase diocesana. Postulatore della causa è mons. Vincenzo
Paglia, vescovo di Terni ed espressione della Comunità di sant'Egidio.
Indossa la croce che Romero portava al momento della morte. In passato aveva
lasciato intendere che le pratiche procedevano spedite. Ed invece i tempi
del “processo” sembrano dilatarsi all'infinito. È lecito chiedersi perché.
Era tacciato di comunismo, ma è doveroso ricordare che non sapeva granché di
politica e di marxismo quasi nulla.
Finalmente la Conferenza episcopale di El Salvador ha chiesto a Benedetto
XVI la “rapida conclusione” del processo di beatificazione dell'arcivescovo,
mentre nei giorni scorsi il parlamento del Salvador ha decretato il 24 marzo
“giorno di monsignor Oscar Arnulfo Romero y Galdamez”.
Ricorreva a sant'Agostino e Tommaso d'Aquino per giustificare chi si
sollevava contro la tirannia sanguinaria. Per dire che “il vero peccato è
l'ingiustizia sociale” riprendeva gli scritti di Ambrogio contro
l'oppressione dei poveri e quelli del profeta Neemia sull'usura e lo
sfruttamento.
Sembrano pesare su di lui ancora le sue ultime visite romane piene di
incomprensioni. Non basta che si ispirasse al suo amico e consolatore, il
vescovo argentino Eduardo Francisco Pironio che Paolo VI farà cardinale nel
'76, nel cui pensiero incontrava una formulazione della teologia della
liberazione molto aderente al vangelo e alla dottrina sociale della chiesa.
Ma pur sempre di teologia della liberazione si trattava (cfr. editoriale di
Nigrizia “Oscar Romero: non santo subito!”)...
Mai si è rifugiato in un mondo irreale, pericolo frequente nella storia
della chiesa e tipico delle persone spirituali, quelle che come diceva Péguy
“siccome non sono della terra, credono di essere del cielo; poiché non amano
gli uomini, credono di amare Dio”.
Leggo su Agorà di Avvenire di domenica 14 marzo un bell'articolo del
fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi. Dice: “Dobbiamo
avere il coraggio di fare i conti con questo martire. La paura verso di lui
è una cattiva consigliera, che condanna a non far fruttificare il sangue che
Romero generosamente sparse sull'altare”.
Perfino la Bbc, la tv statale inglese, ha onorato la figura di Romero con
uno speciale dal titolo “Voce di chi non ha voce”, in onda in inglese e
spagnolo il 24 marzo. La Rai, invece, non ha previsto trasmissioni su uno
dei martiri cattolici più noti del '900...
Sulla giornata di memoria dei missionari martiri il mensile internazionale
dei gesuiti Popoli ha ospitato un interessante brano tratto
dall'introduzione al volume in uscita Oscar A. Romero. Pastore di agnelli e
lupi (ed. Paoline, 19 euro), di don Alberto Vitali, coordinatore europeo dei
gruppi Oscar Romero. “I consueti tiepidi inviti rivolti ai ricchi non erano
sufficienti a soddisfare il mandato evangelico. Quanto più si radicalizzava
in lui l'opzione per i poveri, tanto più si faceva chiara la gravità della
situazione morale in cui versavano i ricchi . Solo una Chiesa capace di fare
una scelta radicale a favore dei poveri e che abbia il coraggio di
denunciare, senza censure, né retro-pensieri, tanto l'ingiustizia
strutturale, quanto i singoli interessi di parte, può sperare di salvare,
assieme al gregge, anche i lupi che gli girano intorno”.
Bello anche lo speciale del mensile del Pontificio istituto missioni estere
(PIME) Mondo e Missione su trent'anni di martirio in America Latina. Scrive
il direttore Gerolamo Fazzini: “ Fare memoria oggi di mons. Romero (e di
tanti altri) non significa, quindi, cedere alla nostalgia, ma riscoprire
l'attualità e la forza di di esistenze offerte nel segno del martirio.
Testimonianze eloquenti anche oggi, a distanza di anni”. Non bisogna
dimenticare che in trent'anni furono assassinati anche altri prelati: il
cardinale messicano Posadas Ocampo, i vescovi Juan Josè Gerardi del
Guatemala (ucciso il 26 aprile del '98), Jaramillo Monsalve e Cancino Duarte
in Colombia.
Di padre Daniele Badiali, il sacerdote faentino dell'Operazione Mato Grosso,
ucciso a San Luis, sulle Ande peruviane il 16 marzo1997 a soli 35 anni, son
stato contento di apprendere che si è aperta la causa di beatificazione.
Speriamo che si concluda positivamente presto.
Le ultime parole le lascio a Dom Demetrio Valentini, 70 anni, vescovo di
Jales, nello Stato di Sao Paolo e presidente della Caritas nazionale
brasiliana: “ Oggi la Chiesa latinoamericana è meno profetica di un tempo e
la Chiesa è sempre meno significativa per le società latinoamericane”.
Quello che mi son chiesto tante volte e perché, di tutta la folta schiera di
martiri della Chiesa sudamericana nessuno, a cominciare da Romero, è stato
sin qui canonizzato dalla Chiesa universale. Leggete cosa dice Dom
Valentini:
“ La canonizzazione di monsignor Romero potrebbe essere inclusa con quella
di tanti altri martiri (come molte volte si fa, citando il nome di un
protagonista e aggiungendo “e i suoi compagni”). Il grande rischio nell'
“incaponirsi” a non canonizzare Romero consiste nel pericolo che la Chiesa
latinoamericana perda l'attaccamento alla propria identità cattolica”.
Solo la Chiesa latinoamericana?
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